CIMON DELLA BAGOZZA        

 

Sulle orme di Cassin

 

Al confine tra la Val di Scalve e la Val Camonica, guardiano della conca dei Campelli, il Bagozza racconta la sua storia. Il suo alpinismo, fatto di antiche imprese e di più recenti avventure dal sapore romantico, non concede rilassanti giochi verticali. Il suo respiro soffia severo tra camini incassati e spigoli aerei, dove l’avventura ha ancora uno spazio di prim’ordine. Cassin colse il lato più estetico della montagna, salendo lo spigolo nord, con intuizione e coraggio. Oggi rimane una via classica, spesso ripetuta, che sale una elegante figura di calcare a volte insicuro. Ma è il fascino di questo possente obelisco che cattura l’interesse dell’alpinista. E se a volte la pietra non è come sempre la vorremmo, che importa, basta un po’ di attenzione e tutto fila liscio sino in cima alla croce del…Cimone.

 

ACCESSO: 1) da Bergamo – seguire la Valle Seriana e percorrerla sino al Passo della Presolana. dopo averlo valicato, si scende in Val di Scalve e giunti al bivio si prosegue per Schilpario (ore 1,30 da BG).

2) dalla Val Camonica – più scorrevole e veloce, per chi proviene dalla A4 MI-VE, è uscire al casello di Palazzolo e proseguire per Iseo lungo la sponda bresciana del lago. Da Pisogne si continua per la Val Camonica sino a Boario terme, da dove si sale lungo la via Mala per Dezzo di Scalve e Schilpario.

 

Nei mesi estivi è possibile dal paese continuare lungo la strada per il Passo Vivione, sino al rif. Bagozza. Silvio, il gestore, saprà indicarvi ogni sentiero, via e novità, oltre a rifocillare la vostra fame al ritorno di una appagante salita. Lasciata l’auto sotto il rifugio si prosegue a piedi per comodo sentiero nella conca dei Campelli. Giunti alla Madonnina piegare decisamente a destra e per traccia in obliquo ci si porta ai piedi dell’evidente montagna e all’attacco delle vie (ore 1 – 1,30).

 

 

Da nord-ovest a nord-est      

 

Bramani

primi salitori: V.Bramani, A.Camplani, L.Gasparotto – 29/07/1930

dislivello: m.350

difficoltà: max 4°

materiale: una scelta di dadi, cordini. Utile qualche chiodo e 2 corde da 50m. Casco!

periodo consigliato: da giugno ad ottobre                                                                               

E’ sicuramente l’itinerario più semplice della parete. La linea di salita segue la logica di un canale marcato a nord-ovest che non eccelle per qualità della roccia. E’ una salita classica che con modeste difficoltà permette di superare il Cimone.

avvicinamento: dal rif. Bagozza proseguire lungo il sentiero in direzione Conca dei Campelli. Dopo una breve salita sempre su carrozzabile ci si immette verso destra in un tratto pianeggiante costeggiato sulla sinistra da alcune baite poco distanti. Abbandonare la strada principale e seguire una traccia sulla destra che con alcuni saliscendi ed un ultimo tratto ripido immette nel pianoro sotto la montagna. Collegarsi al sentiero principale e poco dopo, per ghiaione, si raggiunge la base dello spigolo. Costeggiare la parete sulla destra sino a delle lapidi (attacco Cassin).

Itinerario: raggiungere il canale successivo e, superata una breve strozzatura, continuare sino ad un ampio ballatoio, dove hanno inizio le difficoltà. Superata una paretina, si attraversa a sinistra e ancora per breve parete si raggiunge un terrazzino al centro del camino. Un breve strapiombo permette di continuare lungo la fessura-camino sino ad una gratta. Prima a destra e poi a sinistra sino ad immettersi in una stretta fessura che supera la grotta. Si prosegue sino ad una seconda grotta, dopo aver superato alcuni massi incastrati ed un diedro-camino sulla destra. Ancora verso destra sino a salire una spaccatura che termina ad un comodo ripiano. Dalla cima di uno spuntone, in spaccata, si accede alla parete opposta e con delicato traverso verso destra si raggiungono un caminetto ed un intaglio che riportano sulla linea del grande camino. Per diedro e facile caminetto rossastro si raggiunge la croce di vetta.

Discesa: dalla vetta, in direzione est, sino ad un colletto. Ora verso nord, superando una breve strettoia, si segue l’ampio e facile canale sino alla base della parete. 

 

Val di Scalve ’81                                                                                                   

primi salitori: Giò Noris-chiorda, M.Rota, e co., estate 1981

dislivello: m. 310

difficoltà: VI e A1 (6c in libera – var. a spit 6a)

materiale: una serie di nut e utile qualche chiodo. Due corde da 50m e casco.

periodo consigliato: da giugno ad ottobre

prima invernale e solitaria: Alessandro Ruggeri, febbraio 2000

 

Salita di stampo classico chiodata in modo tradizionale (abbondante, ma non sempre affidabile). Con numerosi traversi supera la  bella parete nord-ovest della montagna.

 

attacco: giunti sotto lo spigolo, proseguire a destra sino all’attacco della Bramani. Superare la prima parte di canale (circa 100m) e giunti ad un ballatoio portarsi a sinistra sino alla sosta di attacco, alla base della grande placconata.

discesa: dalla vetta, in direzione est, sino ad un colletto. Ora verso nord, superando una breve strettoia, si segue l’ampio e facile canale sino alla base della parete.

 

 

Cassin

primi salitori: R.Cassin, R.Varallo e A. Frattini, 8 luglio 1934

sviluppo:m. 410

difficoltà: 6° e A1

materiale: serie di nut e friend. Utile qualche chiodo. Due corde e casco!

periodo consigliato: da giugno a ottobre

 

Itinerario storico che supera lo spigolo nord – ovest. Dopo una prima parte di zoccolo veramente marcio (evitabile sulla destra), la via serpenteggia tra le placche più strapiombanti della parete, fino a superare con intuito e coraggio il punto chiave della salita seguendo una fessura obliqua a metà parete. La chiodatura è sufficiente, ma è facile perdersi nei tiri più facili.

attacco: dal punto più basso dello spigolo nord, salire verso destra sino alla base della via (lapidi!), a sinistra della rampa-camino della Bramani.

itinerario:

L1 - salire a sinistra del filo dello spigolo per fessura verticale su roccia marcia. 20m 4°

L2 – ancora per ripida fessura e per placche erbose sino al filo dello spigolo. 20m 5°+

L3 – continuare per cresta erbosa. 40m 2°

L4 – seguire un diedrino sino ad un buon terrazzo. 20m 4°+

Per evitare le prime quattro lunghezze alquanto marce, è consigliabile salire la rampa della via Bramani e dopo la strozzatura piegare a sinistra sino al terrazzo.

L5 – superare a sinistra una zona strapiombante e rientrare a destra. Traversare ancora a  destra, sotto un muretto verticale, percorrendo una cengetta e poi direttamente per placca. 30m 4°

L6 – con una lunghezza più facile sino ad un buon terrazzo (sosta a spit di “Cent’anni”). 20m. 3°

L7 – scendere verso destra seguendo un canalino friabile sino alla base di una fessura che si percorre con andamento verso sinistra. 40m. 6° e A1

L8  - seguire delle rocce erbose sino ad una cengia di placche inclinate. 20m 3°

L9 – superare la fessura di destra e traversare a sinistra sotto un tetto per raggiungere la fessura centrale. Percorrerla sino a quando si allarga. 30m. 5°+

L10 – continuare facilmente sino ad una cengetta sotto a degli strapiombi. 20m. 2°

L11 – percorrere su buona roccia un diedro a sinistra. 30m. 4°

L12 – per placche raggiungere un’altra cengia sotto il torrione sommitale. 20m 3°

L13 – seguire a destra un canale e poi a sinistra per placca. 20m. 5°+

L14 – continuare lungo un diedro. Al suo termine traversare a destra, prima per cengia poi per facile fessura. 30m. 5°-

L15 – continuare lungo il canale soprastante sino ad una strozzatura. 20m. 3°

L16 - superare la strozzatura e continuare per rocce sempre più facili e rotte sino in vetta. 30m. 5°+

discesa: dalla vetta, in direzione est, sino ad un colletto. Ora verso nord, superando una breve strettoia, si segue l’ampio e facile canale sino alla base della parete.

 

 

 

Mary Poppins      

primi salitori: Giò Noris-Chiorda e compagni

dislivello: m. 370

difficoltà: max 6b (5c obbligato)

materiale: una serie di nut e friend, utile qualche chiodo. 2 corde da 50m e casco.

periodo consigliato: da giugno ad ottobre

 

Salita impegnativa di stampo dolomitico, che supera l’ampio camino – canale a sinistra dello spigolo Cassin, per seguire poi le placche successive. Sconsigliata dopo piogge recenti e agli amanti dello spit vicino!

attacco: giunti sotto il Bagozza, costeggiare a destra la parete, e per ripido pendio alla base dell’evidente camino-canale, a sinistra dello spigolo Cassin.

discesa: dalla vetta, direzione est, sino ad un colletto. Ora verso nord, superando una breve strettoia, si segue l’ampio e facile canale sino alla base della parete. 

 

 

 

 

 

 

CIMON DELLA BAGOZZA m. 2409

Parete nord

“CENT’ANNI DI SOLITUDINE”

 

La via percorre l’evidente spigolo nord del Cimon della Bagozza, mantenendo una linea abbastanza rigorosa, attraversata in un paio di punti dalla classica Cassin. La roccia in alcuni tratti è entusiasmante, in altri richiede molta attenzione (a causa anche della chiodatura non sempre vicina).

Via d’ambiente di stampo dolomitico, da non sottovalutare.

primi salitori: A.Ruggeri, M.Scagnetto, T.Milesi, con F.Donghi, G.Viola, A.Boggio

estate 2000/2002 (in più riprese)

sviluppo: 340 m circa

difficoltà: 6c obbligato (max 7a)

materiale: casco - in posto chiodi e spit; utili nuts e friends piccoli, martello e 2/3 chiodi universali.

discesa: dall’anticima si segue la cresta verso la croce, per piegare decisamente a sinistra lungo la traccia del sentiero che porta all’intaglio del canalone nord. Per gjhiaioni sino0 alla base della parete. E’ possibile scendere in doppia dalla via (soste attrezzate), ma sconsigliato

attenzione: è sconsigliata la salita se siete anticipati da altre cordate che percorrono la vicina Cassin (caduta sassi). Durante l’avvicinamento è ben visibile la parete

accesso: raggiunta la Valle Camonica da Bergamo o da Brescia, si prosegue sino a Boario Terme. Da qui si sale lungo la via Mala per Schilpario. Dal paese si prosegue per il passo del Vivione e raggiunto il rif. Bagozza si parcheggia.

attacco: a destra del rifugio, una evidente traccia (percorribile con fuoristrada) si inoltra nella conca dei Campelli. Dopo un tratto quasi pianeggiante si sale sulla destra e nei pressi di una baita (sulla sinistra) si segue una traccia di sentiero sulla destra in leggera discesa. Attraversato un prato e risalita la zona a mughi, sulla sinistra si prosegue lungo il crinale che immette alla base dell’ampio ghiaione. Quasi sotto il punto più basso dello spigolo, si abbandona la traccia e si continua a destra. Costeggiare la parete e risalire il canale che si apre tra la Torre Nino ed il Bagozza, per le fragili e ripide roccette sino ad un ballatoio. Imbragati, si percorre il salto (seguendo il tratto più facile e logico a seconda dell’innevamento del canale) che conduce alla prima sosta all’imbocco del camino (Via Mary Poppins). 

 

Cent’anni di solitudine

Un ritorno al passato, un rincorrere per alcune estati un pensiero a volte emozionante a volte angosciante. Una parete elegante, simbolo di un alpinismo d’altri tempi, dove la bellezza delle geometrie non si accomuna sempre alla qualità della roccia. Il possente spigolo è stato salito da nomi illustri, da eroi quasi dimenticati; le linee più logiche inseguite con scarponi ed una manciata di chiodi forgiati a mano. Poi un volto riccioluto e frizzante ha mosso negli anni ’80 passi di danza senza dimenticare chi, prima di lui, aveva lasciato importanti tracce. Ed ora, dopo anni di silenzioso riposo, il Bagozza si risveglia, non sempre in modo docile e bonario, assecondando altre figure in scarpette e caschetto. Chiodi, spit, e un trapano rumoroso ed invadente, sono stati piantati seguendo l’istinto, le paure, la tecnica, l’idea di una linea rigorosa e di un “obbligato“ non banale. Anche se qualche piastrina brilla sugli scudi di calcare, non sempre è così semplice avvicinarla e soprattutto,  raggiunta la certezza, distaccarsene senza timori. La pietra si mostra cautamente, sbriciolando le sue rughe superficiali o mostrando la sua compattezza all’apparenza insuperabile. Un ritorno al passato…vissuto all’alba di un nuovo millennio.

 

Relazione:

L1 - dalla sosta alla base del camino (piccola nicchia) si risale la liscia e compatta placca di destra (passo chiave in obliquo a destra dopo lo spit). 6c obbligato 15 mt

L2 - dal terrazzino si prosegue a sinistra per un diedro poco marcato e si ritorna a destra sino ad uno spit. Si supera il piccolo strapiombo (6b) e si continua sino al termine delle difficoltà, per ritornare a sinistra sino alla sosta. 6b 40 mt

L3 - breve muretto e passi delicati. Il chiave si trova dopo lo spit nero (6a/6b), a sinistra di una nicchietta. 6a/6b 35 mt

L4 - leggermente a sinistra e poi rientrare senza particolari difficoltà sino ad incontrare la sosta Cassin sull’ampia terrazza. Proseguire e raggiungere la sosta con spit contro la parete. 5a 20m

L5 - percorre l’atletico ed entusiasmante muro strapiombante, obliquando leggermente a sinistra per rientrare al suo termine sino ad un terrazzino. 7a (6c obb.) 30 mt

L6 - per facili roccette sino alla sosta successiva. 5a 35 mt

L7 - un breve muro a sinistra sino ad incontrare il terrazzo obliquo della Cassin (sosta in comune). 5b 40 mt

L8 - dalla sosta alzarsi a sinistra con movimento atletico (6b). Continuare sino al successivo muro leggermente strapiombante sulla destra con spit ben visibile. Superarlo e proseguire per paretine e diedri sino alla grande cengia. 6b 40 mt

L9 – salire in piena parete, sulla sinistra di una rampa fessura (variante Cassin). Superare con passi delicati il muro verticale (6c+) e le successive placche (6b). 6c+ 50 mt

L10 – si incontra poco dopo la sosta della variante Cassin. Abbandonarla e continuare leggermente verso sinistra sino al primo spit e alle belle placche finali sino ad una sosta con chiodo e cordino. 5c/6a 35 mt

L11 - dalla sosta, per facile cresta, sino alla cima

 

 

CIMON DELLA BAGOZZA – VIA “VAL DI SCALVE ‘81”

         PRIMA SOLITARIA INVERNALE

Sabato 12 febbraio – diario di una attesa

                L’Eiger mi pare vicino. Tocco con dita insensibili una roccia mascherata dal vento. Il volto a due facce di questa montagna mi trascina tra neve e roccia friabile. Le fantasie si riallacciano a pareti lontane, a racconti di imprese consumate nel silenzio della solitudine. Ma la realtà si frantuma negli occhi arrossati, che vedono luci ed ombre di un cammino verticale, all’apparenza insormontabile. La corda è rimasta nel sacco, a schiacciare col suo peso spalle dolenti e tensioni sempre vive. Ogni cambio di suono, di colore, di movimento che non dia sicurezza, accende la mia sensibilità. Così, seguendo il ripido canale, mi avvicino alla prima sosta. La vedo sbucare dalla neve, a pochi passi eternamente distanti. Ci divide uno scivolo ghiacciato e un lungo sospiro. Tendo la mano alla fettuccia sbiadita dal tempo, ancorata a vecchi chiodi. Gli attimi che seguono sono scanditi dai battiti del cuore e finalmente posso appendermi e riposare. La via si apre e mostra scudi di pietra, linee sinuose che fuggono tra i verticali muri di calcare, ora compatti, ora fragili brandelli di polvere. Pensando all’indomani, decido di scendere, fissando lungo il canale le corde che ho nello zaino. Posso finalmente concedermi un attimo di distrazione. In fondo al pendio sciatori spensierati scivolano veloci, gli amici che mi hanno accompagnato sino all’attacco si allontanano insieme ai timori di Stefania, che a braccia tese si frantumano nel cielo appena velato. La discesa è veloce e conduce alla strettoia iniziale. Tiepidi raggi accompagnano serpentine un po’ goffe mentre raggiungo il rifugio e il saluto di Silvio, premuroso gestore di sempre. La sera scorre veloce, mascherando la tensione con canti, una chitarra e qualche risata rubata alla stanchezza. Sono ormai le dieci, la comoda branda attende per regalarmi qualche ora di riposo. Speriamo che sia una buona notte…

                Domenica 13 febbraio – il lungo tramonto

                Alle 5,30 gli occhi si spalancano al mattino ancora nascosto. Attendo nel letto il ritmo ostinato della sveglia che puntuale, alle sei, da il via alla lunga giornata. Una colazione consumata frettolosamente sarà il pasto che mi accompagnerà fino a sera. Fuori dal rifugio è ancora silenzio e il mattino sembra non volersi svegliare. L’aria che respiro pare senza tempo. I pochi passi spinti sulla strada innevata si scontrano con un  filo di vento e una nuova luce sta nascendo. Lentamente ricopre i profili immobili delle pareti; tocca, pennellando tiepide sfumature, i boschi ancora chiusi nel sonno. Distratto, zizzagando sopra il pendio ancora ghiacciato, raggiungo il primo sperone di roccia e lascio le lunghe tavole fissate alla neve. Gli scarponi ora mordono le impronte, con lenti passi regolari risalgono fino a sfiorare la corda che attende sospesa, gelata dalla notte. Piccole pietre si liberano dalla morsa del gelo e rimbalzano tra le pareti ancora rigide. Appeso alle jumar (maniglie auto bloccanti per la risalita di corde fisse) ripercorro il delicato tratto che separa due mondi lontani, a pochi sospiri l’uno dall’altro. Il lembo di montagna che sto per abbandonare, fra poco accoglierà sciatori esperti, qualcuno più insicuro, che concederanno alla neve più ripida le loro emozioni, senza però valicare quel confine naturale a difesa della montagna.

                Oltre il confine

Il sudore già ghiacciato sulla pelle, punge muscoli indispettiti, che rifiutano di agire. Sono ormai le dieci e gli sciatori salgono ordinati, come tante formiche laboriose, lontani sotto di me. Poi scompaiono, per nascondersi fino al loro ritorno e risalire la vetta dal percorso più logico. Appeso ad una sosta bizzarra tolgo gli scarponi, lontano da ogni azione sensata e naturale. Scaldo con lentezza le pedule poco accoglienti, prima di indossarle, alitando il calore del fiato al loro interno. Subito le ricopro con un buffo soprascarpe e mi illudo di sentire tepore. La realtà, subito si contrappone al mio volere e, senza mezze misure, mostra una pietra ostile e sprotetta. Vago in cerca della sosta, che vedo sospesa ad un terrazzino ricoperto di neve. Gli appigli più sicuri ora sono dei ciuffi d’erba che si liberano dal groviglio di cristalli, aprendo una traccia sino ai chiodi. In ogni tentativo di scalata estrema, come in tutte le piccole o grandi imprese dell’uomo, appare, vivo e impalpabile, l’attimo di sconforto. Si presenta come una sottile congiunzione tra il voler continuare a lottare e il desiderio di abbandonare alla sconfitta le proprie paure. Appeso a questa manciata di chiodi, con i piedi congelati e doloranti, attendo il ritorno delle forze e delle convinzioni, senza le quali il gioco sarebbe finito.

Sino al pomeriggio è un susseguirsi di movimenti, ancoraggi aerei e discese funamboliche, per risalire nuovamente i repentini traversi della via e recuperare il materiale. Già alto, vedo scorrere le ore velocemente, ma valicato il confine del ritorno, sarebbe più lungo e complesso tornare che salire verso la cima ancora invisibile.

Verso le quattro riesco a mettermi in contatto con una voce amica che mi rincuora. Non manca molto, tre tiri di corda e una parte finale più semplice. L’entusiasmo spesso si spegne, infranto da corde inceppate, errori commessi, tempo perso inutilmente. Arrampicare in solitaria non permette recuperi e pause, non lascia dividere con il compagno le tensioni e, di conseguenza, tiene egoisticamente per se ogni gioia ed emozione positiva. Ore 17,30, l’ultima sosta originale della via è stata raggiunta e il materiale recuperato. Mi resta poco più di mezz’ora di luce e circa 70/80 metri da superare prima di toccare la vetta. Terzo e quarto grado, con un breve tratto di quinto, lungo la via del “vecio” Cassin. Lascio appoggiata la corda sul terrazzino e lentamente risalgo le rocce, “ascoltando” ogni passo. Il breve strapiombo è superato e anche se non vedo la fine, immagino la brezza che rinfrescherà ogni fatica a pochi passi dalla croce. L’ultimo diedro divide la parete con la cresta finale e nella luce del tramonto, liberando un urlo strozzato dalla commozione, appoggio lo zaino tra la neve e briciole di calcare.  A pochi passi dalla croce sento la stanchezza confondersi con la gioia e il pensiero della discesa. Veloce, indossati gli scarponi, mi abbasso fino al colletto, dove catturando il bagliore della luna, scendo il canale di una più semplice e ovvia via normale.

 

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